Parco Nazionale del Cilento

Victoria Resort Marina di Ascea - SalernoIl Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, la dieta mediterranea, i Siti Unesco, i presidi Slow Food, le emergenze geologiche, le produzioni di origine protetta, le stratificazioni millenarie di culture in una terra posta al centro del Mar Mediterraneo: da dove bisogna partire per descrivere il Cilento e, in un discorso sensato e conciso, non tralasciare alcuna particolarità? E, per contro, si può riassumere e limitare il Cilento entro un mero elenco di spiagge, specialità gastronomiche, siti museali e rarità faunistiche? No, cercare di sviscerare l’animo di una cultura così complessa, a pochi passi dai luoghi in cui Parmenide, secoli fa, partoriva il concetto di essere, è un compito ingrato. Il Cilento non lo si può spiegare, va scoperto, assaporato, ascoltato. Il Cilento è un crogiolo di millenni: culture, storie, religioni, miti, idiomi, persone si sono intrecciate qui per dare alla luce un mondo fatto di colori e sfumature che a volte possono sembrare quasi banali. E allora ecco, il bravo promotore sa porre l’accento su quei particolari che fanno tanto esotica meta a pochi chilometri dalla città. E non c’è errore in questa semplificazione commerciale: cosa sono la soppressata di Gioi, il fico bianco di Prignano, l’olio d’oliva di Pisciotta se non il risultato di grandi matrimoni e secoli di isolamento? L’idea di dieta mediterranea, che si chiama così per l’area di riferimento in cui è praticata, è stata concepita qui da Ancel Keys, perché qui, grazie alle difficoltà legate allo scambio di prodotti commerciali, anche con località limitrofe, si è perfezionata nell’uso dei prodotti autoctoni.

La geografia, dunque, ha giocato un ruolo fondamentale. Le catene montuose degli Alburni e dell’appennino Calabro-Lucano cingono questo territorio, schiacciato sul mare a est e a sud, mentre il confine settentrionale è segnato lungo il litorale tirrenico dal fiume Sele. Il centinaio di paesi, arrampicati sulle degradanti colline, sembra una massa fedeli adoranti le maestose vette del Gelbison e del Cervati e l’immensità del mare, fonte di comunicazione e di isolamento allo stesso tempo. Il monte Gelbison riassume in sè tutta la travagliata storia del Cilento. Prima santuario di una ignota divinità cara agli Enotri, poi identificata in Era dai greci di Elea, che vi edificarono, per l’appunto, un Heraion, oggi è consacrato alla Madonna del Monte, un’immagine bizantina portata dai monaci Basiliani in fuga dall’iconoclastia: oggi, questo massiccio porta il nome affibbiatogli dai Saraceni che vivevano più o meno pacificamente sulla costa prima che la stirpe D’angiò li scacciasse al fine di riscattare alla cristianità il regno di Federico II. Gebel-el-son significa, in arabo, Monte dell’Idolo.

In una terra così, enumerare i siti di valore artistico, archeologico, architettonico o, più generalmente, culturale, è una fatica immane: si va dal parco archeologico di Roccagloriosa, con testimonianze dell’età del ferro, alla vicina Padula, con la certosa più estesa d’Europa, dall’area di Velia con la Porta Rosa, la cui scoperta ha rivoluzionato lo studio delle cose antiche, ai templi di Paestum, i meglio conservati dell’ecumene Ellenico; le perle paleocristiane della snobbatissima chiesa adiacente al museo archeologico di Paestum, il battistero di Sant’Angelo in Fonte presso Teggiano, città medievale che tenne testa all’esercito di Alfonso d’Aragona, i musei diocesani di Vallo della Lucania e Policastro scrigni dimenticati, fortunatamente, dal turismo di massa, la Badia di Pattano, gli innumerevoli castelli disseminati sulle creste delle colline.

È inutile sprecare altre parole, per conoscere il Cilento bisogna fare una ricca colazione e partire alla sua scoperta, senza dimenticare che, poi, qui c’è anche il mare!


Riproduzione riservata ©