Ieri sera ho avuto un ospite

Ieri sera ho avuto un ospite. Il secondo ospite del 2013, da quando abbiamo aperto il 25 dicembre scorso.

È strano. Stai in ansia per non essere colto impreparato dagli eventi e poi, quando non te lo aspetti, tutto avviene nella naturalezza completa. Il primo ospite era stata una commessa viaggiatrice, si sarebbe detto una volta. Arrivava tardi la sera e usciva presto la mattina. Per lei il Victoria Resort era solo uni dei tanti letti nei quali aveva dormito senza lasciare alcuna traccia di sé. Per me è stata una sconfitta. L’unico scambio di parole è stato per il codice segreto del wi-fi. Il Victoria Resort era, d’un tratto, un normalissimo albergo di una normalissimi città.

Niente di quello che avevo fatto, per dotarlo di personalità, per renderlo unico, perché trasmettesse la mia idea di ospitalità aveva più senso. Tre tipi di marmellata: uva e prugne fatte in casa dalla mamma di Teresa e una alla fragola, ottima ma industriale; crostata con marmellata di prugne; yogurt di bufala; (appena) spremuta di arancia; burro fresco; pane fresco e tre cornetti, ottimi, ma congelati; sei tipi di te. Lei si siede e mi chiede un cappuccio. Ma come un cappuccio? Come ci sono rimasto male! D’un tratto tutte le mie teorie sui valori della qualità e dell’ospitalità, sull’idea che si possa fare impresa rimanendo persone, comunicando, arricchendosi non di denaro ma di umanità, di conoscenza, erano svanite, perse, puff!

Cappuccio e cornetto, come all’autogrill.

Da quando è andata via, sono rimasto a guardare lo schermo del computer. E più lo fissavo e più avanzava in me l’idea che ero diventato un ragioniere, un impiegato: il lavoro che sognavo non esisteva. Il Victoria Resort era inesorabilmente diventato il Victoria Motel.

Venerdì e sabato niente prenotazioni e ne ero quasi contento. Tanto che per sabato sera avevo organizzato per andare a cena con degli amici.

Poi è arrivato il Signor Aldo. Un Viaggiatore. Veniva da Vienna e stava tornando a casa, a Paola. Tante volte, passando in treno aveva pensato di fermarsi a vedere Ascea e, finalmente, aveva deciso di scendere per vedere gli scavi di Velia.

– L’accompagno io domattina, se vuole – faccio con naturalezza.

Domenica mattina sono nel panico. Senza prenotazioni, non ho fatto la spesa, preparo la colazione con quello che ho: la crostata è ancora fragrante, le marmellate ci sono, niente arance, ma ho una pianta carica di grossi pompelmi maturi in giardino, un paio di cornetti in forno, lo yogurt è ancora fresco.

Il Signor Aldo, arriva con un gran sorriso, ha dormito benissimo.

– Tutto moderno qui, tutto tecnologico, che bella cosa che avete fatto – mi dice dandomi del voi.

Vuole sapere la storia della casa dei nonni e poi del Cilento, dei greci, degli arabi, e mentre gli parlo si spazzola tutte le marmellate, evitando accuratamente quella di fragole, mischia lo yogurt al caffè, si delizia del succo di pompelmo, assaggia un cornetto e mi fa i complimenti ma gradirebbe un’altra fetta di crostata.

Prima di partire per gli scavi, facciamo una camminata in giardino, vuole tornare quando i fichi saranno maturi, per gustarne uno dalla pianta, come faceva da giovane.

Il Signor Aldo è un professore di Filosofia in pensione. La nostra passeggiata si conclude davanti alla Porta Rosa, come era giusto che fosse. Fa troppo caldo per salire sull’acropoli.

Torniamo in albergo, nel pomeriggio il Signor Aldo ha il treno che lo porterà a casa, io aspetto che scenda con la valigia per accompagnarlo alla stazione.

– Stamattina ho visto che avete tanti tipi di tè, potrei portami una bustina di quello al limone, lo vorrei provare, sapete io ci metto sempre la fettina di limone e sono curioso.

Grazie, Signor Aldo.

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