I Corbezzoli

Tricolore di corbezzoli

Tricolore di corbezzoli

Oggi al Victoria Resort, per arricchire ed abbellire la facciata sud, abbiamo piantato quattro alberi di Corbezzolo. La scelta del Corbezzolo non è casuale e non risponde solo a motivi estetici: sono molti, infatti, i motivi che mi hanno spinto  a prediligere questa pianta e non altre.

Il nome scientifico di questa pianta, detta anche albatro o ciliegio di mare, è , Arbutus unedo (= ne mangio uno solo) attribuito da Plinio il Vecchio a significare le alte caratteristiche nutrizionali dei suoi frutti. Questi, maturano molto lentamente, circa nove mesi, e al termine del ciclo, quando raggiungono un colore rosso intenso, si trovano a coesistere con i fiori bianchi della generazione successiva e con le foglie verdi creano un tricolore naturale. Per questo motivo, durante il Risorgimento, il Corbezzolo simboleggiò la desiderata Unità d’Italia e Giovanni Pascoli nell’ode Al Corbezzolo, paragonò i giovani caduti avvolti nel tricolore a Pallante, per il poeta abruzzese primo martire della Nazione, che nell’Eneide viene deposto su un letto di rami di Corbezzolo.

Oggi alla pianta viene attribuito il significato della stima mentre i suoi fiori bianchi simboleggiano l’ospitalità.

Per la sua natura di unire sulla stessa pianta frutti “nascenti” e “morenti”, sin dall’antichità, ben rappresentava il ciclo della vita e, sia i greci che i romani, usavano depositare sulle tombe dei defunti ramoscelli di corbezzolo.

Voglio dedicare questi quattro alberi ai miei nonni, Giuseppe e Vittoria, che al Victoria Resort, che un tempo fu la loro casa, vissero, e a Francesco e Chiara, che, purtroppo, non ho mai conosciuto.

 

Al corbezzolo

di Giovanni Pascoli

O tu che, quando a un alito del cielo

i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,

tu no, già porti, dalla neve e il gelo

salvi, i tuoi frutti;

e ti dà gioia e ti dà forza al volo

verso la vita ciò che altrui le toglie,

ché metti i fiori quando ogni altro al suolo

getta le foglie;

i bianchi fiori metti quando rosse

hai già le bacche, e ricominci eterno,

quasi per gli altri ma per te non fosse

l’ozio del verno;

o verde albero italico, il tuo maggio

è nella bruma: s’anche tutto muora,

tu il giovanile gonfalon selvaggio

spieghi alla bora:

il gonfalone che dal lido estrusco

inalberavi e per i monti enotri,

sui sacri fonti, onde gemea tra il musco

l’acqua negli otri,

mentre sul poggio i vecchi deiformi

stavano, immersi nel silenzio e torvi

guardando in cielo roteare stormi

neri di corvi.

Pendeva un grave gracidar su capi

d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta

era al sussurro musico dell’api

qualche Carmenta;

ché allor chiamavi come ancor richiami,

alle tue rosse fragole ed ai bianchi

tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api: sciami,

àlbatro, e branchi.

Gente raminga sorveniva, e guerra

era con loro; si sentian mugliare

corni di truce bufalo da terra,

conche dal mare

concave, piene d’iride e del vento

della fortuna. Al lido navi nere

volgean gli aplustri con d’opaco argento

grandi Chimere;

che avean portato al sacro fiume ignoto

un errabondo popolo nettunio

dalla città vanita su nel vuoto

d’un plenilunio.

Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,

ora sciogliean le lunghe chiome e il pianto

spesso intonato intorno ad alti roghi

lungo lo Xanto;

ed i lor maschi voi mietean di spada,

àlbatri verdi, e rami e ceree polle

tesseano a farne un fresco di rugiada

feretro molle,

su cui deporre un eroe morto, un fiore,

tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,

lo radduceano ad un buon re pastore,

vecchio, suo padre.

Ed ecco, ai colli giunsero sul grande

Tevere, e il loro calpestìo vicino

fugò cignali che frangean le ghiande

su l’Aventino;

ed ululò dal Pallantèo la coppia

dei fidi cani, a piè della capanna

regia, coperta il culmine di stoppia

bruna e di canna;

e il regio armento sparso tra i cespugli

d’erbe palustri col suo fulvo toro

subitamente risalia con mugli

lunghi dal Foro;

e là, sul monte cui temean le genti

per lampi e voci e per auguste larve,

alta una nera, ad esplorar gli eventi,

aquila apparve.

Volgean la testa al feretro le vacche,

verde, che al morto su la fronte i fiocchi

ponea dei fiori candidi, e le bacche

rosse su gli occhi.

Il tricolore!… E il vecchio Fauno irsuto

del Palatino lo chiamava a nome,

alto piangendo, il primo eroe caduto

delle tre Rome.

 

 

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